Invictus

Di Clint Eastwood

Con Morgan Freeman, Matt Damon

Drammatico, 132′, USA 2009

La critica cinematografica, seppur dilettantistica, è influenzata dal background culturale di chi scrive, così come tutte le situazioni della vita. Invictus è una favola politica condita di rugby. Io amo le favole, amo la brillantezza politica di un uomo come Nelson Mandela, e amo appassionatamente quel bizzarro sport che è il rugby. Clint Eastwood non può che invitarmi a nozze, e il giudizio non può che essere entusiastico.

Detto questo, Invictus è basato sui fatti di cui narra il libro di John Carling Ama il tuo nemico (Playing the Enemy), che ha avuto grande successo nel mondo anglossassone. Mentre il libro parte dai giorni della prigionia di Nelson Mandela a Robben Island, il film si concentra sulla storia più recente del Sud Africa, racchiudendo un arco di tempo che va dal 1994, anno dell’elezione dell’ex detenuto 46664, al 1995, l’anno in cui la neonata Rainbow Nation ospita la Coppa del Mondo di rugby. Morgan Freeman impersona un Nelson Mandela perfetto, con una recitazione sopraffina, un accento sudafricano incredibile. Altrettanto buono è il contributo di Matt Damon nei panni di François Pienaar, il capitano della nazionale sudafricana di rugby. L’ex Jason Bourne, fra l’altro, dimostra ancora una volta la sua versatilità e poliedricità, recitando un personaggio fisicamente molto lontano dai suoi standard (Pienaar è un gigante di oltre uno e novanta per un centinaio di chili ben distribuiti) con una discreta credibilità.

La trama è semplice, rapida e diretta: all’indomani della caduta dell’apartheid, gli afrikaner temono di finire schiacciate da una nuova segregazione razziale, stavolta impostata dai neri sudafricani. Nel frattempo, i nuovi governanti del paese cercano di distruggere le icone del passato. Una di queste è la nazionale di rugby, gli Springboks. Con acutezza, intuito politico e un grande senso del perdono, Nelson Mandela capisce che il paese non può permettersi uno scontro etnico. E’ necessaria una fattuale e duratura riconciliazione fra le due anime del paese. Per raggiungere questo obiettivo, Madiba si appoggia al rugby, unendo una nazione nell’amore per una squadra che deve tornare vincente, e lo deve fare in occasione dei mondiali di rugby del 1995. Saranno i neri disposti a tifare per uno dei simboli dell’apartheid? E i giocatori, tutti bianchi tranne uno, degli Springboks si faranno convincere a diventare un simbolo politico dell’unione del Paese?

Alle prove attoriali dei due protagonisti fanno da contorno le concrete prove di tutti gli attori di contorno, a partire dalle guardie del corpo di Mandela per finire con le sue segretarie. Il sempreverde ed infallibile Clint Eastwood accompagna la narrazione con una regia asciutta, scomparendo quasi dal film. Il sole splende sempre più luminoso sul Sud Africa, e Eastwood sembra deciso, per una volta, ad affermare la bellezza di una favola, chiudendola con un happy ending che purtroppo non rispecchia i nuovi travagli che la Rainbow Nation sta affrontando sotto la guida di Mbeki prima e di Zuma adesso.

Ma uscendo dalla sala cinematografica col cuore per una volta orgoglioso dell’umanità, sulla strada di casa ascoltate quelle note che rimarranno nelle vostre orecchie dopo il film. Ascoltate le parole confuse che riecheggiano. Nkosi sikelel’iAfrika.

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